Licheni delle rocce: come misurare con il righello…
l'età di un sasso!
Invasori di rocce
Le rocce, si sa, sono per definizione dure e impenetrabili.
Ma non per tutti.
Esistono infatti organismi che possono vincerle, anzi,
per i quali questi habitat costituiscono un vero e proprio
Dorado: tanto da essere soprannominati gli “invasori
pionieri” delle rocce. Tra di essi vi sono alghe,
cianobatteri e muschi, ma il gruppo più abbondante
e diversificato di tali invasori è senza dubbio
quello dei licheni, strane e affascinanti forme di vita
a cavallo tra micologia e botanica.
Il fungo e l'alga: simbiosi o parassitismo?
Secondo una definizione accettata dall’Associazione
Internazionale per la Lichenologia, un lichene è
l'associazione di un fungo (il micobionte) con un'alga
e/o un cianobatterio (il simbionte fotosintetico o fotobionte),
associazione dalla quale ha origine un corpo vegetativo,
il tallo, con una sua struttura specifica.
La doppia natura dei licheni è stata scoperta
dal medico e micologo H.A. De Bary nel 1866. In seguito,
per molto tempo, i licheni sono stati considerati come
l’esempio per eccellenza di una relazione armoniosa,
di una cosiddetta simbiosi mutualistica1.
In realtà il tipo di relazione tra i partner
è ancora assai dibattuto. Si è infatti
scoperto che sono ben pochi i licheni nei quali l’alga
o il cianobattere non vengano a poco a poco invasi e
distrutti dal fungo. Le cellule del fotobionte si ritrovano
così a doversi riprodurre più velocemente
di quanto non vengano distrutte: in caso contrario il
lichene “si mangerebbe vivo da solo”. La
simbiosi lichenica sembrerebbe più che altro
quindi una forma di parassitismo da parte del fungo,
un processo peraltro tenuto sotto controllo dal fotobionte.
La dipendenza del fungo è confermata anche dai
risultati di ricerche mirate: infatti, pur se alcuni
“funghi lichenici” possono essere coltivati
e sopravvivere in vitro senza il fotobionte, in natura
ciò non è assolutamente possibile senza
il concorso del partner. Per contro, tutte le “alghe
licheniche” sono in grado di vivere anche senza
il micobionte.
Produttori… di suolo
Grazie ai propaguli estremamente piccoli che sviluppano,
i licheni sono in grado di stabilizzarsi e crescere
anche sulle superfici più lisce. Grazie alla
loro stupefacente capacità di sopportare lunghi
periodi di siccità, di assorbire i pochi minerali
di cui abbisognano direttamente dall’umidità
dell’aria - attraverso tutta la superficie del
tallo - e di produrre zuccheri attraverso i fotobionti,
null'altro serve loro per vivere. Privilegiate sono
soprattutto le specie che ospitano nel loro tallo, accanto
alle alghe verdi - o al loro posto - particolari cianobatteri
in grado di fissare l’azoto atmosferico. Le superfici
rocciose da poco esposte - per esempio le aree abbandonate
dai ghiacciai o le crepe causate da un terremoto - sono
infatti substrati poveri in azoto (componente essenziale
delle proteine) ed è quindi evidente che essere
autosufficienti per questa sostanza rappresenti un notevole
vantaggio.
Alcune sostanze licheniche si combinano con i minerali
delle rocce, creando complessi metallici che rendono
il substrato leggermente più solubile e accelerando
in tal modo il processo di dilavamento causato da gelo
e disgelo, riscaldamento e alterazioni chimiche naturali.
Nelle rocce calcaree, grazie all’acido carbonico
liberato dal naturale metabolismo dei licheni, le ife
fungine possono penetrare fino a 16 mm di profondità.
La capacità dei licheni di crescere tra i cristalli
dei minerali, disgregandone le particelle mediante la
dilatazione e la contrazione delle ife (dovuta all'alternarsi
di umidità e siccità), gioca dunque un
ruolo centrale nella formazione del suolo. Tanto più
che, quando i licheni muoiono, il loro materiale organico
decomposto si aggiunge e si mescola alla frazione minerale.
Misurare il tempo… con il righello
Da tempo è nota l'importanza dei licheni epifiti
(quelli che si insediano sulle cortecce degli alberi)
quali indicatori biologici della qualità dell'aria.
Due articoli in merito sono apparsi anche sul Bollettino
della STSN (1985, vol. 73: 81-88; 1996, vol. 84: 25-40).
Assai meno noto è invece il fatto che anche taluni
licheni sassicoli possono fungere da indicatori. Ma
non dell'inquinamento, bensì… del trascorrere
del tempo. Proprio così: numerosi licheni sassicoli
sono… degli orologi!
Abbiamo visto che questi organismi costituiscono i
primi colonizzatori delle superfici di recente esposizione.
E che su queste superfici crescono. Lentamente, ma crescono.
La loro velocità di crescita è influenzata
dal tipo di roccia, dalle condizioni microclimatiche
e microambientali (le zone ombrose e riparate sono per
esempio assai favorevoli), e dall'età: nei primi
25 anni l'accrescimento è infatti molto rapido,
esponenziale; si entra però poi in una fase di
crescita uniforme, lineare, che può proseguire
per secoli. Ed è proprio questa crescita regolare
ad aver portato il botanico austriaco Roland Beschel
a intuire, nel 1950, la possibilità di determinare
l'età di un lichene sulla base del diametro del
suo tallo. E con questa il tempo di esposizione della
roccia che lo ospita. È nata così la lichenometria.
Le specie che si prestano a questo scopo sono ovviamente
quelle a crescita lenta e radiale del tallo. Ne è
un ottimo esempio il cosiddetto Lichene geografico (Rhizocarpon
geographicum), specie molto diffusa, tipica delle
rocce silicee esposte della zona alpina, caratterizzato
da un tallo giallo verdastro macchiato di chiazze nerastre
che ricorda appunto una carta geografica. Il suo tasso
di crescita varia tra gli 0.12 e gli 0.14 mm l’anno,
a dipendenza del microclima, e su superfici stabili
può vivere centinaia, addirittura migliaia di
anni.
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Misurazione
del diametro di Rhizocarpon geographicum
(disegno Flavio Del Fante) |
È opportuno precisare che i fattori di cui tener
conto durante un'indagine lichenometrica sono numerosi.
Per mitigare gli effetti del microclima vanno per esempio
considerati solo gli individui cresciuti in condizioni
ambientali simili. Tra i talli presenti sul substrato
indagato è importante soprattutto quello di dimensioni
maggiori: il capostipite, l’"individuo"2
più vecchio, ritenuto contemporaneo al periodo
nel quale il substrato è divenuto stabile (i
talli di dimensioni minori rappresentano invece gli
individui più giovani, colonizzatori tardivi
o a crescita più lenta). Le misurazioni dei diametri
dei talli - ecco finalmente il ruolo del… righello
- devono inoltre essere effettuate su ampie superfici
e su numerosi campioni. Così facendo, si arriva
a determinare la curva di crescita di una particolare
specie in una particolare zona. E, inserendo nella curva
ottenuta il diametro dei licheni più grandi,
diviene possibile stabilire con notevole precisione
l'età di una morena, di un affioramento roccioso
o di un monumento di età ignota.
Dall'archeologia alla paleosismologia, dal Canadà
fino in Antartide
La lichenometria non è un metodo di datazione
preciso quanto la dendrocronologia (il conteggio degli
anelli di accrescimento degli alberi). È tuttavia
più preciso del metodo basato sul decadimento
del carbonio radioattivo 14C, in particolare
per gli eventi occorsi meno di 500 anni or sono: in
tali casi il suo margine di errore si situa infatti
attorno ai +/- 10 anni, rispetto ai circa 70 del metodo
14C. È inoltre un metodo di misurazione
diretto, legato a uno specifico evento: l'apparizione
alla superficie del substrato.
Non stupisce quindi che negli ultimi anni la lichenometria
si stia affermando come metodo di datazione affidabile
in discipline diverse quali l’archeologia, la
geomorfologia e la paleosismologia. Negli Stati Uniti,
in Canadà, in Russia, in Antartide e nella Nuova
Zelanda ne viene già fatto ampio uso.
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