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Società ticinese di Scienze naturali

Articoli centenario

1903 - 2003
100 anni

Gennaio

“L’altezza serena degli studi scientifici”

in cento anni di relazioni presidenziali STSN

La scienza e gli studi scientifici appartengono alla sfera della ragione per cui dovrebbero compiersi ad una “altezza serena” (1903). Fin dalla creazione della Società Ticinese di Scienze Naturali (STSN), gli studi scientifici sono stati messi o svolti …a terra, a beneficio dell’ambiente, della comunità e della natura. Non poteva essere diversamente in un contesto non accademico, mancando nella Svizzera Italiana l’istituzione universitaria. La storia centenaria degli studi scientifici si legge nelle relazioni presidenziali raccolte in novanta volumi del Bollettino della Società ticinese di Scienze naturali. Il debutto è stato un travaglio non da poco: “è rinata la Società di Scienze naturali per trascinare penosamente i suoi giorni e morir ingloriosamente o per vivere d’una vita forte e laboriosa che la conduca presto a competere colle sorelle della Svizzera, a portar con esse la sua pietra al grande edificio del sapere?“ (1904). Per il primo presidente occorre perseguire “l’esame delle condizioni naturali del paese che offre, a mio avviso, il più propizio e favorevole terreno perché gli studi naturalistici abbiano ad essere coltivati”, poi assecondare “gli studi della fisica, della chimica, della fisiologia e d’altre scienze ancora”, “Il carattere della Scienza, bisogna riconoscerlo, è aristocratico”ed infine chiamare “anche degli estranei a tener conferenze sulle scoperte più recenti o sugli ultimi dibattiti della Scienza“, conferenze a cui è imprescindibile “annettere un’importanza assai grande; il carattere della Scienza, bisogna riconoscerlo, è aristocratico”. Tuttavia, “con una sufficiente preparazione, la grande massa potrà arrivare ad afferrare ed a comprendere quello che è ancor oggi oscuro per i più: questa preparazione dovrà essere opera della nostra Società” (1904). Per promuovere la conoscenza della natura e la salvaguardia ambientale, la STSN intende ”far pratiche per l’istituzione di un osservatorio sismologico nel Cantone, di una stazione limnologia su uno dei nostri maggiori laghi, di reagire infine, con ogni possa, contro la distruzione delle piante rare o caratteristiche e contro il deturpamento delle nostre bellezze naturali” (1906). Per la STSN teoria e pratica vanno perseguite congiuntamente, per cui propone di “organizzare, promuovere od appoggiare studi ed investigazioni sulla storia naturale del nostro paese, per far assurgere le Scienze a quel grado di dignità e di utilità che dovrebbero avere ma non hanno nel nostro paese e che tuttavia devono conquistare se vogliamo che la psiche della collettività diventi più civile, che la terra abbia più razionale coltura, che le industrie abbiano lavoratori capaci” (1911).

“Cattedre di cultura storica paesana e di cognizioni scientifiche sulla nostra regione”

Manifesta addirittura l’auspicio che il “Consiglio di Stato crei delle cattedre di cultura storica paesana e di cognizioni scientifiche sulla nostra regione”(1914). È indispensabile “per approfondire le conoscenze scientifiche della nostra terra” avvalersi della “collaborazione di giovani ticinesi seriamente preparati al lavoro scrupoloso di ricerca” (1935-36), che deve includere anche “i fossili che tengono vivo pur oggi l’interessamento profondo delle menti curiose di conoscere le origini e gli sviluppi della vita” (1947). Intanto la STSN si oppone al progetto di “strada bassa” fra Castagnola e Gandria, giudicata “banale e polverosa e clamorosa carrozzabile”, in ragione della “indicibile amenità del luogo, sia per la presenza di ricca e prospera e variopinta schiera di piante mediterranee”(1924). Appoggia l’iniziativa per l’acquisto delle Isole di Brissago “quel meraviglioso lembo di terra, dove cresce incontrastata la più rigogliosa vegetazione mediterranea”(1949), ove si insedierà il Parco Botanico del Canton Ticino. Sollecita “le competenti autorità cantonali onde mettere il monte di Caslano sotto protezione” in ragione “della varietà, spontaneità ed inusitata ricchezza della sua flora”, auspicando “qui il parco della Svizzera subalpina” (1960). È giocoforza constatare che “l’ecologia è ancora campo d’indagine per pochi specialisti e la difesa della natura professione ancora troppo accessoria”, cosicché, ”per mettere sotto controllo i più disparati inquinamenti non servirebbero molto le improvvisate investiture di profani” (1970). Pertanto la STSN appoggia la creazione di un organismo per “la difesa di un ambiente di indiscusso valore scientifico, sociale e paesaggistico situato entro i limiti territoriali del nostro Cantone” (1971), e provvede ad editare la collana “Le Memorie”(1988), un “significativo passo avanti nella divulgazione delle conoscenze sul nostro ambiente naturale, in alcuni settori ancora largamente inesplorati”. L’altro punto programmatico della STSN concerne l’insegnamento delle scienze e la trasmissione del sapere scientifico nella scuola e nella comunità. A tal fine occorre”una commissione che s’occupi delle questioni riguardanti l’insegnamento scientifico nelle scuole del Cantone” (1906), “poter formare una biblioteca scientifica” ed “impedire il decadimento delle scuole pubbliche che i nostri padri hanno saputo istituire”(1911). La precaria situazione si protrae: “non è a meravigliare perciò che la Scienza non abbia nelle nostre scuole né quella importanza, né quella cura che ha acquistato nei paesi più progrediti” (1913-14).

“L’Attenzione alla salvaguardia delle nostre preziose raccolte scientifiche affidate ai diversi musei del cantone”.

Le autorità devono rivolgere “l’attenzione alla salvaguardia delle nostre preziose raccolte Scientifiche affidate ai diversi musei del cantone”, insidiate da piccoli coleotteri che “distruggono in poco tempo i cimeli scientifici, retaggio dei nostri”(1954), riconoscere “la necessità di una nuova più confacente ubicazione di tutto il nostro patrimonio scientifico…così da poter essere di aiuto all’insegnamento”(1954), e consentire di “raccogliere in un’opera scientifica unica l’intero materiale faunistico, interessante la nostra terra insubrica” (1955-56). La STSN si impegna nella diffusione delle conoscenze sulla salute e lo stile di vita per la comunità. In merito alla lotta contro l’alcolismo, ritiene essere più efficace “la dimostrazione perentoria, scientifica, medica delle proprietà negative e perniciose che l’alcool e gli alcolici hanno come sostanze alimentari“ che “ogni azione restrittiva da parte dei poteri pubblici“ (1904). Persegue “uno sviluppo pratico della Scienza“ e perciò provvede ad allestire le “note mediche di condotta”(1905), a promuovere “l’alimentazione che influenza il sistema di vita quotidiano”,la prevenzione attiva ed illustrare il ruolo dell’alimentazione che “influenza il sistema di vita quotidiano”(1987). La corretta informazione scientifica è assicurata non solo impedendo “la diffusione, per opera di quotidiani e della Radio, di teorie dell’atomo – non previamente comunicate ad accademie o istituti né formulate in pubblicazioni di carattere rigorosamente scientifico” (1952-53), ma concedendo “spazio e diffusione alle ricerche dei naturalisti” anche con il ricorso ad internet, mezzo efficace che per di più consente “di marcare presenza sulla scena internazionale del mondo scientifico” (1998). La STSN dispone di infrastrutture quali il Centro di Biologia Alpina in Val Piora e soprattutto il Museo cantonale di Storia naturale, attrezzati per “far da ponte per la trasmissione delle conoscenze” (2000), ma è consapevole che “il reale contributo alla conoscenza del territorio” si realizza attraverso la ricerca periferica (“l’aiuto dei dilettanti”,1982) dei soci non strutturati.

Prof. dott. Gabriele A. Losa
Presidente STSN, 1983-1985
 

Febbraio

Quando il Mediterraneo arriva a ridosso delle Alpi

Il cisto bianco, una specie tra Mediterraneo e Alpi

Il Cistus salvifolius L. (denominato volgarmente cisto bianco, cisto a foglie di salvia, cisto femmina, scornabecco o brentina) è un piccolo arbusto di 30-80 cm presente in tutta la fascia costiera del mediterraneo, specialmente nella parte occidentale dove si spinge anche sulle coste francesi dell’Atlantico fino al 47° parallelo. In quest’area il cisto rappresenta una specie tipica della macchia mediterranea, una formazione vegetale a carattere prevalentemente arbustivo, dove il Cistus salvifolius è spesso associato ad altri cespugli sempreverdi come l’erica, il corbezzolo, il ginepro, il pistacchio e altre specie del genere Cistus. In ambienti a maggiore copertura arborea la specie tende invece a occupare le radure e gli spazi lasciati liberi dalla vegetazione più alta. Pur essendo una tipica specie mediterranea, il cisto mostra una certa elasticità per le esigenze climatiche, tanto da riuscire a penetrare sino alle pendici meridionali delle Alpi, dove sopravvive in coincidenza di condizioni stazionali particolari e con microclima favorevole. Il Canton Ticino rappresenta il limite settentrionale di distribuzione della specie nel bacino mediterraneo.

Un interessante caso da studiare

Le prime segnalazioni del cisto in Ticino risalgono al XVIII secolo, ma solo nel XX la specie è stata oggetto di studi approfonditi. Dalla lettura dei Bollettini della Società ticinese di scienze naturali scopriamo che nel 1932 Hermann Christ, famoso botanico basilese e socio onorario della Società nel 1911, racconta con meraviglia della coesistenza nel Locarnese di una specie tipicamente mediterranea – il C. salvifolius appunto – e di elementi della flora alpina come la rosa delle Alpi (Rhododendron ferrugineum). Negli anni Settanta il Bollettino ospita due ampi contributi sulla diffusione e l’ecologia del cisto nella zona insubrica. In questi articoli, firmati da quattro ricercatori del Parco Botanico delle Isole di Brissago (O. Tramèr, P. Ammann, C. Franscella ed E. Frey), vengono riportati i risultati di una ricerca in cui le popolazioni di cisto bianco del Locarnese sono confrontate con quelle tipiche dell’area mediterranea (Sardegna e Costa Ligure). A queste pubblicazioni si aggiunge, nel 1995, un aggiornamento sull’area di diffusione del cisto in Canton Ticino effettuato da Ivo Ceschi all’inizio degli anni Novanta. Sarà questo l’ultimo contributo in ordine cronologico dedicato alla specie, anche se altri studi di approfondimento sono stati nel frattempo effettuati sotto forma di lavori di diploma.

Cosa sappiamo del cisto ticinese?

Da questi studi si desume come la distribuzione geografica di C. salvifolius in Canton Ticino comprenda due aree geograficamente distinte: la zona del Locarnese e una piccola area sul Motto Bruciato, sopra Pollegio-Pasquerio, che costituisce il punto più settentrionale dell’areale alpino. Le stazioni ideali per questa specie sono costituite dagli affioramenti rocciosi esposti a meridione, caratterizzati quindi da ottimali condizioni di insolazione, suoli acidi e poco evoluti e mancanza di competizione con la vegetazione arborea ed arbustiva. Nelle zone a bassa quota, in prossimità del Lago, il cisto risulta più tollerante a condizioni meno favorevoli, quali l’ombra e l’esposizione non ottimale. Ciò è essenzialmente dovuto alla vicinanza con il bacino lacustre, che influenza la temperatura attenuando in particolare i valori estremi invernali. Il limite altitudinale della specie nella nostra regione si trova tra i 700 e gli 800 m s.l.m.

La distribuzione di questo arbusto subisce cambiamenti continui. Non appena si verificano eventi in grado di eliminare la vegetazione concorrente e di stimolare lo sviluppo della specie, questa tende a espandersi. Ciò accade per esempio dopo estreme siccità estive, dopo interventi di taglio, manutenzione dei sentieri e anche dopo un incendio. Il cisto è infatti considerata una specie pirofita, vale a dire favorita dagli incendi: da una parte approfitta dell’eliminazione della vegetazione concorrente, dall’altra il fuoco stimola la produzione di polloni radicali e la massiccia germinazione dei semi, proprietà quest’ultima che alle nostre latitudini è presente solo in questa specie. Con lo sviluppo della vegetazione concorrente, la distribuzione del cisto tende a ridursi rapidamente. In generale negli ultimi anni si è assistito ad una contrazione e frammentazione dell’areale, dovuta probabilmente ad una riduzione degli interventi selvicolturali, all’avanzamento del bosco e alla diminuzione dell’area bruciata, tendenza quest’ultima per altri versi senza dubbio positiva. Questa continua riduzione dell’areale ha determinato l’inserimento della specie (con il grado di “vulnerabile”) nella Lista Rossa delle piante svizzere protette, sottolineando la necessità di sviluppare strategie ed interventi di conservazione.

Le questioni aperte

Malgrado i numerosi studi già effettuati, molti interrogativi sulla presenza di Cistus salvifolius in Canton Ticino sono ancora aperti. Dibattuta è per esempio la questione della sua comparsa: esclusa l’ipotesi che tali stazioni costituiscano dei rimasugli risalenti a fasi climatiche favorevoli durante l’ultima glaciazione, le opinioni si dividono allorché si affronta il tema dell’immigrazione post-glaciale della specie: in quale periodo è avvenuta? Si è trattato di un fenomeno spontaneo o dovuto all’attività dell’uomo?

Marco Conedera, Chiara Sini, WSL Sottostazione Sud delle Alpi
Giuliano Greco, 6525 Gnosca

 

Marzo

La scienza al servizio dei consumatori e dell’ambiente

Frodi e sanità nelle derrate alimentari

La STSN e le istituzioni cantonali

Dalla sua fondazione nel 1903, la Società ticinese di scienze naturali (STSN) ebbe uno stretto legame con le istituzioni cantonali. Molti membri attivi della Società infatti, furono attori nell’amministrazione dello Stato nei vari dipartimenti. Vogliamo qui ricordare lo stretto legame della Società con l’allora Laboratorio chimico cantonale, creato nel 1890 per far fronte al controllo delle derrate alimentari in un’ottica di protezione del consumatore in materia di sanità e di frodi. Con decreto del 11.6.1891 il Laboratorio cantonale di igiene corrisponde non solo ai bisogni dell'igiene alimentare, ma altresì alle richieste del commercio, dell'agricoltura, della medicina e della giustizia. Il servizio del Chimico cantonale sarà quindi esteso alle esigenze delle autorità giudiziarie, delle Municipalità, dei medici delegati, di tutti i medici che intendessero approfondire "… ricerche chimiche o microscopiche a scopo diagnostico …", delle Società d'agricoltura "… per ciò che riguarda le malattie dei vegetali e degli animali …", nonché dei commercianti e di privati cittadini. La base normativa che regolamentava la protezione e la sorveglianza sull'igiene pubblica, ed in particolar modo sull'igiene alimentare, era costituita dal Codice sanitario del 26.11.1888. Il Codice sanitario attribuiva il mandato di sorveglianza sullo smercio di derrate alimentari ai medici delegati e alle autorità comunali e prevedeva l'istituzione nel Cantone di uno o più laboratori cantonali d'igiene. Queste ultime dovevano "… praticare almeno una volta all'anno una visita ai fondachi, macellai, panifici, e in genere a tutte le botteghe destinate alla vendita al minuto delle bevande e delle sostanze alimentari, allo scopo di assicurarsi che non siano né falsificate, né insalubri …". I venditori di bevande o derrate alimentari erano "… tenuti a fornire ai visitatori ufficiali [attuali ispettori delle derrate alimentari] i campioni necessari per un completo assaggio della loro merce [esame organolettico] …". Nel caso fosse necessaria un'analisi chimica o microscopica dovevano essere "… prelevati due campioni d'assaggi della bevanda o derrata alimentare sospetta, l'uno dei quali, previa apposizione dei suggelli alla presenza del venditore o suo rappresentante, sarà affidata al perito officiale, l'altro sarà conservato dall'autorità che ha ordinato l'esame …". Il Laboratorio diventa nel corso del XX secolo il principale polo scientifico del nostro Cantone, soddisfacendo con il suo servizio analitico le più svariate esigenze della società.

Dalle epidemie di colera al controllo delle derrate alimentari

Nel 1911 la STSN si riunisce in assemblea ordinaria nella nuova sede del Laboratorio a Lugano, in Via Ospedale (ricordiamo che recentemente, il 17.3.2003, è stata inaugurata la nuova sede a Bellinzona). In questa occasione, l’allora Direttore del Dipartimento cantonale d’Igiene Dott. Giovanni Rossi e l’allora Chimico cantonale Dr. Antonio Verda fanno gli onori di casa, illustrando la storia del Laboratorio e le vicissitudini che lo portarono nella sua sede di Lugano. L’esigenza di creare un servizio di analisi delle derrate alimentari nasce in Ticino 15 anni prima dell’entrata in vigore della legge federale sulle derrate alimentari del 1905. La sanità alimentare come la concepiamo oggi, è del tutto sconosciuta a quei tempi. Rammentiamo che le ultime epidemie di colera (morbus cholerae nei liber mortuorum degli archivi ecclesiastici ticinesi) mietono vittime ancora fino alla seconda metà del XIX secolo e che l’ultima consistente epidemia di tifo è segnalata nel 1921 a Coldrerio.

Farina tagliata con polvere di marmo

Come scriveva l'Ingegner Aldo Massarotti (già Chimico cantonale e direttore dell'Istituto) in occasione del centenario di fondazione del Laboratorio cantonale nel 1989 (vedi "100 anni del Laboratorio cantonale d'Igiene, Dipartimento opere Sociali, 1990): "… Le situazioni che 100 anni or sono portarono alla creazione del "Laboratorio" sono intimamente connesse alle minacce che già allora incombevano sulla salute pubblica, derivanti soprattutto dalla mancanza di igiene nella produzione e nello spaccio delle derrate alimentari e dagli insudiciamenti delle acque per uso potabile, del latte e delle carni con diffuse epidemie di malattie infettive. Ma anche le frodi alimentari con le falsificazioni e le adulterazioni di derrate alimentari, dal latte al vino, dal burro alle farine panificabili, imperversavano parallelamente al fiorire del commercio e portavano ad una nutrizione con alimenti privi di qualità nutritive o comunque inerti, quando non causavano intossicazioni dei consumatori. … ". Nei bollettini della STSN il Chimico cantonale Antonio Verda riporta a più riprese l’attività del suo servizio nella prima metà del secolo scorso, indicando non solo dati statistici sull’analisi delle derrate nostrane ma pure i suoi studi personali sull’economia casearia e viti-vinicola. Nei rapporti annui del Laboratorio cantonale di inizio secolo sono segnalate frodi di varia natura, che toccano quasi senza eccezione tutte le derrate alimentari di uso comune. Fra le frodi più comuni di inizio secolo citiamo: l’anacquamento del latte, la farina tagliata con polvere di marmo e lo zafferano con coloranti estranei.

La STSN una società di acchiappafarfalle?

I rapporti fra la STSN e i rappresentanti “istituzionali” del mondo scientifico ticinese non sono sempre stati caratterizzati da reciproco riconoscimento e collaborazione. Dal 1953 al 1965 fu attiva presso il Laboratorio cantonale una nuova sezione, quella per la protezione delle acque e la depurazione delle acque residuali, che adempiva un compito allora pionieristico e urgente nella salvaguardia ambientale e nell’igiene urbanistica. In questo periodo i rapporti fra la “Società di scienze” e la “Società civile” si incrinano leggermente. Le soluzioni tecnico-scientifiche per gli urgenti problemi in materia di depurazione delle acque vengono percepite e studiate dal Laboratorio cantonale, e trascurate dalla STSN., i cui membri saranno bollati come acchiappafarfalle. La storia comunque gira, e arrivano gli anni 80; le esigenze pianificatorie devono essere conciliate con la salvaguardia del territorio, e qui la STSN si riconcilia con l’Istituzione, collaborando strettamente con il Museo cantonale di storia naturale per l’elaborazione dei regolamenti di applicazione in materia di impatto ambientale e in generale di protezione della natura.

Claudio Valsangiacomo
Presidente STSN, 1997 - 1999
 

Aprile

Il bacillo della tubercolosi1: storia, attualità ed igiene del territorio

La situazione ticinese all’inizio del novecento

All’inizio del novecento un decesso su quattro era, nella nostra regione, imputabile alla tubercolosi. Si capisce perciò quanta paura incutesse questa malattia e che preoccupazioni destasse nella popolazione. Purtroppo, fino alla metà del secolo scorso, non esistevano ancora gli antibiotici per combattere il “mal sottile” o “tisi” e gli ammalati dovevano soggiornare per lunghissimi periodi in strutture ospedaliere dedicate alla cura di questa malattia: i sanatori. In Ticino, terra considerata favorevole al trattamento dei malati tubercolotici grazie al suo clima mite ed alle ore di sole di cui beneficia, esistevano tre sanatori: ad Agra, Ambrì Piotta e Medoscio.
I cittadini residenti vicino ad uno dei sanatori ticinesi si preoccuparono della possibilità che il bacillo della tubercolosi o TBC potesse sfuggire dalle mura del sanatorio e diffondersi sul territorio comunale. Per questo motivo richiesero uno studio da parte dell’allora direttore dell’Istituto Cantonale di Igiene, il Dottor Verda, che pubblicò poi nel 1919 i risultati delle ricerche condotte con un collega sul bollettino della Società Ticinese di Scienze Naturali. Verda motivò la sua indagine scrivendo: “In seguito ai lamenti pervenutici dagli abitanti di un comune situato ai piedi di una collina, sulla quale esiste un Sanatorio per la cura della tubercolosi, abbiamo dovuto occuparci di esaminare l’influenza che, dal punto di vista igienico, una tale struttura poteva esercitare con le sue acque di rifiuto sul comune in questione. Il timore principale della popolazione era che le acque di rifiuto del Sanatorio potessero inquinare...le acque potabili...”.

L’igiene del territorio e le procedure d’analisi

Il bacillo di Koch viene trasmesso essenzialmente per via aerea tramite particelle generate quando un paziente con una tubercolosi polmonare tossisce. Le particelle devono essere molto piccole in modo da poter raggiungere gli alveoli polmonari. Un paziente con una tubercolosi aperta e non curato adeguatamente può contaminare in media tre persone della sua cerchia sociale. I moderni sistemi di ventilazione possono aiutare la diffusione del germe. Ad esempio, è noto il caso recente di trasmissione della tubercolosi da un paziente a diverse altre persone durante un viaggio intercontinentale in aereo. In questo contesto si pensi inoltre al panico attuale generato dalla SARS (sindrome acuta respiratoria severa).
Già allora era risaputo che i pazienti tubercolotici potevano espellere bacilli di Koch tramite le feci. A quei tempi le stazioni di depurazione e le canalizzazioni collettrici non esistevano ancora e Verda segnalava che “...le acque di rifiuto sono condotte, dopo di aver soggiornato in una fossa di putrefazione o chiarificazione (Emscherbrunnen), sui campi sottostanti ancora proprietà del Sanatorio per irrigazione e concimazione degli ortaggi”. L’uso delle acque luride per l’irrigazione e la concimazione dei raccolti era una pratica corrente da almeno 200 anni, ma nel periodo in cui l’articolo fu pubblicato, a mano a mano che le scienze inerenti la microbiologia progredivano ed i concetti di igiene e di salute pubblica si sviluppavano, le preoccupazioni concernenti la possibile trasmissione di malattie tramite acque contaminate aumentavano. Tali preoccupazioni restano estremamente attuali; in pubblicazioni e trattati odierni la sopravvivenza e la velocità di scomparsa di batteri, virus e parassiti nell’acqua e nel suolo vengono studiate per la gestione ottimale delle stazioni di depurazione, per l’eventuale uso agricolo dei fanghi che ne derivano, per la protezione delle acque di falda o per i processi di potabilizzazione dell’acqua. In questi giorni ci è nota "l'emergenza acqua" generata dalla guerra in Iraq; l'acqua contaminata da germi patogeni è veicolo di malattie e solo un'assistenza idrica efficiente potrà evitare l'insorgere di epidemie.
Verda segnalava “Difatti i germi virulenti trasportati nei campi di irrigazione, possono facilmente arrivare alla dissecazione, e quindi essere trasportati dal vento ad inquinare l’atmosfera dei comuni circonvicini...”.
La prima preoccupazione fu quindi di verificare la presenza di bacilli della TBC nelle acque utilizzate per l’irrigazione dei campi. I Micobatteri, di cui il bacillo di Koch fa parte, sono identificabili al microscopio grazie ad una colorazione specifica che sfrutta le caratteristiche particolari della loro parete. Gli autori furono così in grado di osservare la presenza di “bacilli acidoresistenti, aventi i caratteri microscopici del bacillo di Koch” nel sedimento mucillaginoso dell’acqua all’uscita dalla fossa. Non ancora soddisfatti del reperimento di tali bacilli nella fossa settica del Sanatorio, vollero anche verificare la capacità infettiva dei bacilli tramite inoculazione a delle cavie per confermare l’esattezza della loro osservazione. Tale procedura, in uso anche all’Istituto Cantonale di Microbiologia fino alla metà degli anni ’80 che disponeva di uno stabulario per le cavie costruito appositamente per questo tipo di analisi, era accettata come criterio finale della patogenicità di un bacillo acido-resistente. Al giorno d’oggi, la diagnostica si basa prevalentemente su tecniche molecolari, molto più rapide e specifiche, affiancate da metodi colturali più lunghi che permettono però di saggiare la sensibilità del microrganismo agli antibiotici utilizzati nel trattamento.
Dopo aver confermato la presenza ed il potenziale patogeno dei bacilli della tubercolosi gli autori poterono “...affermare che le acque di rifiuto esaminate presentino un reale pericolo d’inquinamento dell’aria.” Oggi sappiamo che Mycobacterium tuberculosis può rimanere vitale per molte settimane anche in materiali essiccati. Le preoccupazioni sollevate non erano quindi ingiustificate.

L’attualità del “mal sottile”

Dopo aver raggiunto negli anni ’80 un minimo storico nel numero di nuovi casi di tubercolosi segnalati nei paesi industrializzati, si è purtroppo constatato una ripresa dell’incidenza di questa malattia. Dal 1978 ad ora, l’Istituto Cantonale di Microbiologia diagnostica in media 45 nuovi casi all’anno. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) i nuovi casi nel 1999 furono, sul piano internazionale, 8,4 milioni e, sempre secondo le previsioni dell’OMS si prevede di oltrepassare fra un paio d’anni i 10 milioni di casi nel mondo. La tubercolosi rappresenta quindi ancora oggi una malattia in espansione che deve continuare a preoccupare, soprattutto vista l'apparizione di ceppi di M. tuberculosis resistenti agli antibiotici.

Raffaele Peduzzi, presidente STSN 1989-1991/1995-1996
Antonella Demarta
 

Maggio

Appunti di storia del tempo e del clima ticinesi

Introduzione

La storia della meteorologia in senso stretto incomincia con i Greci e per due millenni i lavori di Aristotele e dei suoi seguaci fecero scuola, oltre a definire buona parte del vocabolario meteorologico. Un buon esempio della concezione della meteorologia ai tempi dei Romani, è invece costituto dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.). Verso il IX° Secolo, gli Arabi ripresero le conoscenze sull'atmosfera dei Greci e dei Romani e le diffusero nel bacino del Mediterraneo.

Soltanto a partire dal XV° Secolo furono sviluppati i primi metodi di misurazione strumentale, ma si dovette attendere l'invenzione del telegrafo nel 1835 per poter effettuare uno scambio in tempo reale delle informazioni meteorologiche e permettere le prime previsioni.

La meteorologia in Ticino

La storia della meteorologia in Ticino è strettamente legata alle città di Lugano e Locarno, anche se la serie di misurazione più vecchia è detenuta dal Passo del San Gottardo, sul quale, tra il 1781 e il 1792, la Societas Meteorologica Palatina eseguì i rilievi della temperatura 3 volte al giorno.
I primi rilevamenti della temperatura, a Lugano, furono eseguiti verso la fine del 1700 dal pastore zurighese Hans Rudolf Schino e nella prima metà del 1800, le condizioni meteorologiche rilevate a mezzogiorno furono pubblicate per alcuni anni sul foglio ufficiale del Canton Ticino. A partire dal 1856, il professor Giovanni Cantoni (primo direttore del Liceo) effettuò osservazioni e misurazioni più volte al giorno e nel 1863, su incarico della Commissione Meteorologica Svizzera, il professor Ferri installò una stazione presso il Liceo.

Eliografo
L’eliografo di Lugano. Questo rilevatore della durata del soleggiamento è stato in funzione alla stazione di Lugano dal 1864 al 1990.
La stazione meteorologica seguì gli spostamenti del Liceo, ma i responsabili della stazione furono relativamente pochi, ciò che portò a una buona qualità dei dati osservati e misurati. Il professor Ferri fu, infatti, responsabile della stazione fino al 1914, seguirono poi il professor Malatesta (1914-1930), il professor Vicari (1930-1958) e, dal 1958 fino al 2000, il signor Armando Tison. Il signor Tison, che già prima di diventare responsabile della stazione aveva sostituito il professor Vicari, ha così eseguito le osservazioni e curato la stazione per oltre 40 anni!
Andamento temperatura
Andamento della temperatura a Lugano a partire dal 1864. La linea orizzontale rappresenta la media di tutto il periodo (11.7°C). Il grafico mostra chiaramente le temperature relativamente calde a partire dagli anni ’40 e l’impennata verso la fine degli anni’80.
Dopo il 1863, vennero installate altre stazioni, tra le quali quella di Locarno-Muralto, tenuta per ben 55 anni (1878-1933) dal professor Giuseppe Mariani, assieme al professor Ferri uno dei promotori nel 1903 della Società ticinese di Scienze naturali.

Nel 1926 il dottor C. Schmid-Curtius fondò a Orselina l’Osservatorio bioclimatico e geofisico ticinese che, nel 1935, dopo esser stato rilevato dalla Confederazione, fu trasferito a Locarno-Monti diventando l’Osservatorio ticinese della Centrale meteorlogica svizzera, il centro meteorologico regionale per il Sud delle Alpi e l’Engadina.
All’inizio, la ricerca meteorologica in Ticino fu essenzialmente finalizzata a dimostrare le qualità del clima sudalpino per scopi terapeutici. Dei presunti o effettivi benefici del clima insubrico, in particolare per le malattie croniche legate alle vie respiratorie, sono testimoni i numerosi centri di cura e di riabilitazione (Orselina, Agra, Cademario, ecc).
Con l’istituzione del Centro meteorologico, la ricerca assunse un indirizzo più fisico e meno biomedico. Dopo la Seconda guerra mondiale, fu intrapresa una lunga campagna di lotta antigrandine finalizzata alla protezione delle culture di tabacco, che portò a un approfondito studio della fisica delle nubi. In seguito, le ricerche si concentrarono nella creazione di strumentazione automatica e nell’utilizzo delle nuove tecniche di rilevamento, quali radar e satelliti. Le ricerche meteorologiche di base furono sempre accompagnate da ricerche finalizzate alle previsioni del tempo e all’analisi climatologia.

Il Centro meteorologico, ora MeteoSvizzera – Ufficio federale di meteorologia e climatologia o più spesso semplicemente chiamato Locarno-Monti, produce oggigiorno numerose previsioni per svariati campi di attività e continua la ricerca di base e quella applicata.

La meteorologia e la climatologia sul Bollettino della STSN

Contributi di meteorologia apparvero sul Bollettino della Società ticinese di Scienze naturali già nei primi anni della sua pubblicazione e dal 1937 viene regolarmente pubblicato un resoconto annuale sul tempo trascorso.
Oltre ad altri articoli sulla meteorologia, il Bollettino può vantare la pubblicazione delle due più importanti ricerche sul clima sudalpino pubblicate in Ticino in lingua italiana: Il clima di Lugano nel cinquantennio 1864-1914 di Giovanni Ferri e Il clima del Ticino di Flavio Ambrosetti.

Il Ticino “Sonnenstube”

Anche il Bollettino, e non solo la promozione turistica, ha contribuito a diffondere l’abbinamento di Ticino come Sonnenstube, regione perennemente soleggiata e con condizioni climatiche ideali per curare ogni malanno. Nell’articolo di Schmid-Curtius sulla fondazione dell’Osservatorio bioclimatico e geofisico ticinese, questo concetto venne illustrato come segue: “L’Osservatorio deve la sua fondazione al fatto scientificamente documentabile che il clima del Ticino possiede elementi che non possiedono altri climi noti d’Europa, e che costituiscono, pertanto, una novità in materia. Da molto tempo il clima del Ticino esercita una grande attrazione sia da Nord che da Sud. In estate, chi viene dal Sud, incontra nelle sue vallate – specie nella Leventina e nella Mesolcina (sic!) – un sospirato refrigerio, mentre chi vi scende da nord in autunno ed in inverno vi trova luce e calore; - sole, insomma. –

Airolo 1951
La valanga di Airolo del 1951. Le valanghe e le alluvioni del 1951 hanno rappresentato l’evento naturale più disastroso nel XX° Secolo nelle Alpi.
Fosco Spinedi
Presidente STSN, 2000 - 2003
 

Giugno

Quando la terra racconta

Orsi, lupi e draghi nei toponimi ticinesi

I nomi di luogo (detti anche toponimi) sono quei nomi che l’uomo ha coniato per indicare località, paesi, vie e contrade. Tra di essi, molti fanno riferimento a piante, animali e alla topografia del territorio dal sapore antico, talvolta addirittura fiabesco, come per esempio Ca del Lüv (Brissago), Böcc dr Órs (Olivone), Volpéra (Intragna), la Fáura da Pines (“bosco sacro dei pini”, Mairengo), Dragunaa (Bellinzona), Vall dal Urócch (Pregassona) e decine di altri toponimi che arricchiscono il nostro territorio narrandoci storie e aneddoti di cose, persone e luoghi, come pure di usi e costumi del passato.

Ce ne dà notizia Mario Gualzata, noto glottologo della prima metà del 900, attraverso quattro appassionati articoli apparsi sul Bollettino della Società ticinese di Scienze naturali tra il 1925 e il 1929. Gualzata sottolinea così l’importante contributo offerto dalla toponomastica alle indagini sulle varietà e sulle ricchezze naturali di una determinata regione, richiamando nel contempo l’attenzione delle autorità nel riconoscere tale disciplina per la salvaguardia di questo patrimonio culturale.

Ma ancor prima di essere testimonianza storica, i toponimi sono nomi che stimolano la nostra fantasia e sollevano comprensibili domande: La Luera (Caslano; v. cartina del 1953) era veramente un covo di lupi? A Molino Nuovo (Lugano) c’era veramente un mulino, là dove oggi si vedono solo case e strade? La torbiera di Gola di Lago (Tesserete) ospitava veramente un lago? Brusada (Origlio) sta a indicare un luogo particolarmente colpito dagli incendi? Ai Saleggi (“da salici”, Bellinzona) come poteva presentarsi il paesaggio fluviale là dove oggi troviamo il MacDonald e case popolari?

Nei toponimi la storia di un territorio in trasformazione

Cartina

Evoluzione della pianura della Magliasina (Caslano) dal 1953 al 1997. La Luera (“zona di lupi”) è oggi occupata da un quartiere residenziale, mentre il Pro Grand dal golf (Fonte: “Introduzione al paesaggio naturale del Cantone Ticino” Museo cantonale di storia naturale, vol.3, 1997).

I nomi di luogo costituiscono un importante patrimonio storico di riferimento di un territorio in continua trasformazione. Considerato che i mappali più antichi risalgono solamente alla metà dell’800, i toponimi ci aiutano oggi a conoscere realtà territoriali ben più remote. Basti pensare che toponimi di fiumi, valli, rupi e montagne sono spesso di origine celtica o comunque prelatina. Più recenti, ma pur sempre antichi, sono i toponimi cosiddetti “tradizionali”, spesso legati al mondo contadino, come possono essere quelli usati per indicare un prato (el Prou do Nòi, Iragna), un monte (ol Mónt do Püpin, Osogna), un mulino (ur Murín du Nin Molinár, Pura), ma anche piante (Pomèra, Morbio Inferiore) e animali (Pró di Biss, Chiggiogna). Immaginate l’importanza di indicare con precisione luoghi, confini di proprietà e vie di comunicazione in epoche dove le carte geografiche non esistevano o erano accessibili solo a pochi. Ancora oggi i toponimi vengono utilizzati nella lingua parlata e per indicare parcelle catastali. Per legge, infatti, ogni numero di parcella deve essere accompagnata da un nome di luogo. Tuttavia molti di essi sono caduti in disuso, in particolare negli ultimi 50 anni, in coincidenza dell’abbandono delle attività agricole tradizionali. Al loro posto ne utilizziamo però altri, più consoni forse alle attuali esigenze, ma anche più effimeri e dettati da un territorio in continua trasformazione. Si tratta di nuove strade, piazze, centri commerciali e meeting-points: dal Centro Serfontana in zona Pulénta (Balerna) dove un tempo sorgeva u n mulino, al Golf di Magliaso in località Pro Grand (cfr. figura).

Ma come nasce un toponimo?

Si può affermare che un nome comune si trasforma in nome di luogo (ossia in un toponimo) dal momento che cessa di indicare un luogo generico (p.es. il riale, il bosco) e inizia invece a essere riconosciuto dalla comunità come un sito preciso e delimitato (p.es. el Riaa dal Éisset, ur Bósch di Fra). Non sempre i toponimi corrispondono a una descrizione fedele e oggettiva del paesaggio. E’ per questo motivo che luoghi molto simili portano nomi molto diversi. Tuttavia quelli riferiti a piante, ambienti e a elementi topografici e geomorfologici in generale sembrano siano più fedeli alla realtà.

I toponimi nello studio del paesaggio

La toponomastica è la scienza che raccoglie i nomi di luogo, li classifica e cerca di spiegarli dal profilo etimologico e storico-culturale. Oggi la toponomastica costituisce un importante punto di partenza per meglio conoscere la storia del nostro territorio e, in particolare, per ricerche di tipo storico-naturalistiche quali, per esempio, l’evoluzione del paesaggio o la distribuzione di particolari essenze vegetali o animali nel passato. In questo contesto, recenti studi sulla storia e la gestione dei boschi del comune di Pura o sulla distribuzione di vecchi alberi di castagno nelle zone di pianura del Ticino, hanno permesso, proprio grazie all’analisi dei toponimi, di ottenere risultati interessanti e complementari a quelli ottenuti a partire da documenti storici e da rilievi sul terreno.

La toponomastica popolare è dunque una risorsa preziosa da registrare e da investigare in modo interdisciplinare per meglio comprendere come fu vissuto e come può essere rivissuto il nostro territorio. E per tornare agli articoli di Mario Gualzata di inizio Novecento ecco alcuni esempi interessanti: Paü (Pianezzo) sta a significare palude, Alpe Drosina deriva da drose (Ontano verde), Genestrerio (Mendrisiotto) indica un luogo dove crescono le ginestre, mentre Cornaredo (Porza) deriva da corniolo (specie di arbusto), Carecchio (Valle Verzasca) per contro sta a indicare presenza di carice (pianta delle zone umide), mentre Faeda e Faido (Leventina) e a Faedètt e Faedon (Ronco s.Ascona) quella di faggio.

La toponomastica oggi

La raccolta, lo studio, la valorizzazione e l’archiviazione dei toponimi ticinesi sono curati dall’Archivio di Stato del Cantone Ticino, per mettere in salvo una risorsa culturale orale ampiamente usata in passato e che oggi sta subendo un inarrestabile degrado. A tale scopo è stata organizzata una serie di elenchi comunali comprendente, da un lato, l’Archivio dei nomi di luogo (11 comuni disponibili e 6 in preparazione) in parte anche inserito in un database online e, dall’altro, il Repertorio toponomastico ticinese disponibile per 13 comuni, mentre per altri 2 è prossima la pubblicazione .

di Marco Moretti
 

Luglio

Barriere coralline in Ticino ?

Verso la metà del '900, fu chiarito come la crosta terrestre sia suddivisa attualmente in otto zolle principali e una dozzina di dimensioni minori. Le zolle si muovono l’una rispetto all’altra: dove si allontanano è prodotta nuova crosta oceanica mentre in altri punti esse si scontrano o sprofondano l’una sotto l’altra. Gli spostamenti delle placche sono estremamente lenti, pochi centimetri l’anno, ma se si considerano tempi di milioni di anni, questi spostamenti raggiungono diverse decine di migliaia di chilometri (Bollettino, n° 73, 1985, La geologia del Sottoceneri come esemplificazione della deriva dei continenti).
Le rocce, che costituiscono il Ticino, si formarono in luoghi anche molto distanti e in tempi molto diversi. Gli gneiss della zona del Monte Ceneri, formatisi più di 350 milioni di anni fa, sono fra le rocce più antiche del Ticino.

Il carbone ticinese

All’inizio del Carbonifero (345-280 milioni di anni fa) le terre emerse erano suddivise in due grossi continenti, a nord il Laurasia, a sud il Godwana, il Ticino si trovava nella fascia settentrionale del Godwana nella zona tropicale, il clima caldo e umido favorì lo sviluppo di estese foreste costituite soprattutto da felci arboree, licopodi giganti e equiseti, da esse si originarono i giacimenti di carbone. Interessanti fossili del Carbonifero sono stati trovati a Manno e a Cimadera.

Durante il periodo seguente, il Permiano (280-225 milioni di anni fa), tutti i continenti erano riuniti in unico blocco chiamato Pangéa, originatosi dallo scontro fra il Godwana e il Laurasia, il Ticino venne a trovarsi in una zona tropicale calda e secca e fu sottoposto a un’intesa attività vulcanica le cui tracce, sottoforma di tufi, porfiriti e porfidi sono visibili sull’Arbostora, a Maroggia e alla base del Monte San Giorgio (Bollettino, n° 18, 1923, La geologia della penisola del S.Salvatore).

Nascita del mare Tetide

Durante il Triassico (225-190 milioni di anni fa), il Pangea iniziò a dividersi: tra il futuro continente africano e il futuro continente europeo, si formò, ad oriente, un ampio bacino occupato da un mare chiamato Tetide che continuerà ad espandersi verso ovest anche nel periodo successivo, il Giurassico (190-136 milioni di anni fa).

Echinodermi attuali Echinodermi Campolungo
Sezione sottile di aculei di riccio di mare, a sinistra di esemplari attuali, a destra di fossili del Triassico rinvenuti nelle rocce metamorfiche del Passo del Campolungo.  
(Fonte: Bollettino STSN, n° 58, 1965)

Nella parte centrale di questo bacino sedimentarono le rocce che diedero origine alle Alpi. Questi sedimenti, per lo più di mare aperto, furono caratterizzati fin dalla loro formazione, da una scarsa presenza di fossili. Il metamorfismo alpino modificò e distrusse buona parte di questi già scarsi fossili, ciò nonostante, al Campolungo, fu possibile rinvenire numerosi resti di ricci e di gigli di mare (Bollettino, n° 58, 1965, Resti fossili di echinodermi nelle rocce mesozoiche metamorfiche della regione del Campolungo).

A sud della Tetide, si formò un’ampia laguna separata dal mare aperto da una barriera corallina, oggi riconoscibile nelle dolomie del San Salvatore e del Monte di Caslano, in questa laguna caratterizzata da acque calde, poco profonde e ricche di vita si depositarono sedimenti diversi, dolomie, scisti e calcari. Questi giacimenti, che hanno raggiunto localmente uno spessore di oltre mille metri, sono molto diversificati, dato che le condizioni di sedimentazione mutarono spesso, infatti, il mare avanzò e si ritirò più volte.

A questo periodo risalgono i fossili del Monte S.Giorgio, tali fossili di importanza scientifica straordinaria, sono inclusi in scisti bituminosi, alternati a strati di dolomia e di tufo vulcanico. Nel 1924, Bernhard Peyer, docente all’Università di Zurigo, coadiuvato ben presto da Emilio Kuhn-Schnyder, allora giovane studente, iniziò una campagna di estrazione e di studio dei fossili del S.Giorgio. Nel 1963, Emilio Kuhn-Schnyder, diventato pure lui docente all’Università di Zurigo, pubblica sull’Archivio Storico Ticinese uno studio riassuntivo e divulgativo dedicato a questi scavi oramai pluridecennali (Bollettino, n° 57, 1964, I sauri del Monte San Giorgio di Emilio Kuhn-Schnyder).

Ticinosuchus ferox
L’unico rettile esclusivamente terrestre rinvenuto sul S.Giorgio, Ticinosuchus ferox, può essere considerato un lontano antenato dei dinosauri. 
(Fonte: “Introduzione al paesaggio naturale del Cantone Ticino” Museo cantonale di storia naturale, vol.1, 1990)

La ricchissima fauna fossile del S.Giorgio è in gran parte di carattere marino: accanto a rettili per lo più anfibi, sono state rinvenute numerose specie di ittiosauri, si tratta di rettili perfettamente adattati alla vita acquatica, oggi completamente estinti. Non mancano né pesci né molluschi, tra cui 44 diverse specie di ammoniti, molluschi preistorici della classe dei cefalopodi, molto utili per la datazione delle rocce sedimentarie che li includono.

Il 2 luglio 2003, il Monte S.Giorgio, grazie alla presenza nella regione di reperti paleontologici di eccezionale valore, è stato inserito nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Massima espansione della Tetide

Nel Giurassico (190-136 milioni di anni fa), continuò la disgregazione del supercontinente Pangea e iniziò a formarsi l’oceano Atlantico, mentre al centro del mare Tetide si formò nuova crosta oceanica ed esso raggiunse così la sua estensione massima.

Arzo - Breggia
Abitanti del mare tropicale che diede origine durante il Giurassico a parte dei sedimenti di Arzo e delle Gole della Breggia.
(Fonte: “Introduzione al paesaggio naturale del Cantone Ticino” Museo cantonale di storia naturale, vol.1, 1990)

Le future alpi meridionali vennero a trovarsi sul lato africano della Tetide, su un microcontinente chiamato Adria. Il clima caldo favorì lo sviluppo di comunità marine ricche di specie, i cui fossili sono stati rinvenuti in varie località del Mendrisiotto: Arzo, Besazio, le gole della Breggia, …, inoltre le differenti condizioni di sedimentazione permisero la formazione di rocce molto variate, straordinariamente rappresentate nelle formazioni delle Gole della Breggia, dove il fiume, grazie al suo potere erosivo, ha messo in mostra sedimenti che si estendono quasi ininterrottamente per circa 100 milioni di anni. La varietà dei fossili, qui ritrovati, è elevata, si tratta per lo più di un centinaio di specie di ammoniti, di pesci, di ricci di mare, di vegetali, di microfossili di radiolari e di microrganismi dal guscio calcareo e di impronte di invertebrati.

Formazione delle Alpi

Nel Cretacico (136-65 milioni di anni fa), iniziò una lenta chiusura del bacino della Tetide, provocata da uno spostamento verso nord della zolla africana. In 100 milioni di anni, la distanza fra Eurasia e Africa diminuì di oltre 600 km. Africa e Europa finirono con lo scontrarsi e tale scontro originò le catene montuose di età alpina e contemporaneamente metamorfizzò più o meno profondamente i sedimenti del Sopraceneri, dando i molto diffusi gneiss, i marmi ad esempio di Peccia e di Castione, gli scisti di vario tipo,…

Novazzano - Balerna
La vita nel caldo mare pliocenico di Novazzano e Balerna.
(Fonte: “Introduzione al paesaggio naturale del Cantone Ticino” Museo cantonale di storia naturale, vol.1, 1990)

Nel terziario (65-2 milioni di anni fa), continuò l’orogenesi alpina, accompagnata da una notevole erosione. Circa 7 milioni di anni fa, il mare tornò per un’ultima volta a bagnare le parti più meridionali del Ticino, nell’area Novazzano-Balerna si depositarono delle argille contenenti una ricca fauna marina e numerosi vegetali fossili (Bollettino, n° 79, 1991, I foraminiferi pliocenici di Castel di Sotto e I molluschi pliocenici di Pontegana).

di Francesca Palli
 

Agosto

La frana al Motto di Arbino e la formazione del lago d'Orbello

Il lago d'Orbello è il lago naturale di formazione più recente in Svizzera.

Nel 1928 la frana del Motto d'Arbino ha ostruito la Valle d'Arbedo e impedito il fluire della Traversagna, la fotografia dell'epoca riprende l'inizio della formazione del Lago.

Lago di Orbello
Figura 1 - Ostruzione della Valle e inizio della formazione del lago d'Orbello (foto del 1928, proprietà Mario Bolgiani)

Ripercorriamo questo evento naturale mediante gli articoli apparsi su diversi numeri del Bollettino della Società ticinese di Scienze naturali (STSN) prima e dopo lo scoscendimento. In questi contributi abbiamo potuto reperire elementi scientifici molto importanti pubblicati durante l'avvenimento. Inoltre per noi si tratta di ritornare su un nostro lavoro peritale effettuato sul Lago d'Orbello per mandato della Società di pesca "La Bellinzonese" negli anni 1980/85.

La STSN è sempre stata molto attenta ai cambiamenti sul territorio e puntualmente ne ha segnalato le diverse modificazioni. In questa "cultura del territorio", dimostrata sull'arco dei suoi cento anni di vita, ha documentato uno degli eventi che hanno cambiato il paesaggio ticinese: la frana del Sasso Marcio che ha portato, nel 1928, alla formazione del Lago d'Orbello.
Già nel 1925 il bollettino della Società riporta "uno dei primi pubblici richiami" alla minaccia dello smottamento.

In un nostro recente contributo sul Bollettino del centenario della STSN abbiamo diffusamente riferito sulla cronistoria dello scoscendimento attingendo alle pubblicazioni apparse tra il 1925 ed il 1929, ed all'eccezionale documentazione fotografica di proprietà della famiglia Mario Bolgiani di Arbedo, di cui riproponiamo nella figura 1 l'ostruzione della Valle.

Mario Jäggli (1880-1959), socio fondatore della STSN nel 1903 e suo presidente all'epoca dello scoscendimento, informò compiutamente la Società descrivendo l'evoluzione dell'evento. Nei suoi articoli scientifici sono contenute le osservazioni dei primi movimenti geologici che precedettero lo smottamento causa della formazione del Lago. (Tab.1).

Tab. 1 - Misurazioni sui movimenti della montagna tra il 1888 e il 1924 (da Jäggli, 1925)

Periodo Spostamento verticale (cm/anno) Spostamento orizzontale (cm/anno)
1888-1902
4,1
2,9
1902-1919
6,9
4,9
1919-1924
12,2
9,6

Dalla lettura dei bollettini traspare come lo Jäggli fosse cosciente di trovarsi di fronte ad un evento di portata storica. Nel suo contributo del 1925 egli così si esprimeva: "Un fenomeno geologico che merita di essere seguito colla massima attenzione e che potrebbe destare qualche inquietudine se mantenesse, nel suo andamento, l'attuale ritmo progressivo".

" Come noto, il deprecato cataclisma si produsse, quasi improvvisamente, nel pomeriggio del due ottobre"
G. Gemnetti, membro del Comitato della Società così illustra l'avvenimento: "E il due ottobre, alle 8,45 di mattina, il dirupo di Sasso Marcio si accasciava, in parte, su se stesso e nel pomeriggio, alle 3 e 25, con immenso fragore, udito a parecchi chilometri di distanza, tutto il versante fra val Taglio e val Pium si sfasciava e precipitava a valle in una immane lavina di blocchi, di alberi, di cascine, avvolti in una densa nube di polvere."
Viene pure riportato il racconto di un testimone oculare dell'epoca, un operaio delle Officine delle FFS che stava riparando un tetto: "Una visione spaventevole si parò ai nostri occhi. Vedemmo il Sasso Marcio, monte boscoso in parte, muoversi dalla cima alla base, sgretolarsi, sfasciarsi e cadere con grande fragore. Vedemmo i dossi laterali del monte stesso scendere, sdrucciolare a grandi strati, con alberi isolati e anche zone di bosco intere, per poi scomporsi in basso, e mescolarsi col terriccio e coi macigni. Uno strano rombo e scricchiolio di alberi e radici che si spaccavano, accompagnava il terrificante spettacolo…"

Sin dalla sua formazione, il lago d'Orbello presenta caratteristiche uniche per la Svizzera, come possiamo desumere anche dalle informazioni contenute nel libro di Filippo Bianconi "Laghi alpini del Ticino", che così sintetizzano le caratteristiche del corpo d'acqua: "esso è infatti un fuori-classe, […] ha caratteristiche del tutto diverse da quelle degli altri laghetti, […] non appartiene già più ai laghi alpini, si trova già nella fascia insubrica, […] deve invece la genesi alla frana del Motto d'Arbino dell'ottobre 1928 […] la quale ha ostruito la Traversagna formando una diga naturale, che fortunatamente ha resistito alla pressione del lago…"

Dal punto di vista limnologico il lago si presenta globalmente come un ecosistema equilibrato per le sue caratteristiche fisico-chimiche, planctoniche ed ittiche. L'unico elemento inusuale è rappresentato dalla presenza invasiva di Elodea canadensis.

L'Elodea canadensis, specie di pianta acquatica presente nel lago a partire dall'inizio degli anni '80, è probabilmente stata portata inavvertitamente tramite pesci d'esca provenienti da altri laghi subalpini (Ceresio, Verbano) oppure tramite uccelli acquatici di passaggio. La storia della sua diffusione risale al secolo scorso e risulta interessante ripercorrerla nelle tappe salienti. Essa appare in Irlanda nel 1836 e si insedia poi in Scozia e in tutta l'Inghilterra nel 1842. In Francia è introdotta tramite il Canale di Caen e raggiunge il Mezzogiorno della Francia nel 1899. Invade pure: Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Danimarca, Svezia, Russia e Ungheria.
Nel nostro paese è segnalata nel 1880 contemporaneamente nel Lago Lemano e nel Lago di Zurigo dove in particolare sorgono i dubbi che provenisse dal giardino botanico della città. Del resto l'ipotesi che sia sfuggita alla coltura di molti giardini botanici dell'Europa centrale che l'avevano trapiantata, è ammessa da più autori.
Nello stesso Lago di Zurigo un anno dopo la sua apparizione proliferò creando grovigli così fitti da ostacolare la navigazione dei battelli fino a riva. Certamente per questi motivi si meritò il nome di "Wasserpest". Sempre nelle acque del Lago di Zurigo nel 1882 regredì spontaneamente.
Al Sud delle Alpi fa la sua apparizione per la prima volta a fine Ottocento nel Lago di Garda, per poi invadere progressivamente tutta la penisola italiana. Sul nostro territorio è segnalata nel 1882 ne Lago di Lugano e nel 1903 nel Lago Maggiore.

Attualmente considerata la nuova diffusione dell'Elodea sarebbe auspicabile effettuare indagini approfondite sullo stato attuale del Lago d'Orbello. In particolare è risaputo che questa pianta predilige le acque stagnanti ed ha una riproduzione rapida. La conoscenza dei tempi di rinnovo dell'acqua nel bacino e di altre dinamiche biologiche risulterebbe molto utile alla preservazione del lago più giovane della Svizzera, la cui formazione è stata così ben documentata dalla nostra Società.

di Raffaele Peduzzi e Mauro Tonolla
 

Settembre

Zoologia ieri e oggi: 100 anni di storia dalle pagine del Bollettino.

Ricorrono quest’anno i 100 anni di fondazione della Società ticinese di scienze naturali (STSN) e l’anniversario è l’occasione per ripercorrere la storia della ricerca scientifica sulla fauna ticinese. La STSN, fin dalla sua nascita, ha pubblicato regolarmente un Bollettino per divulgare le scienze naturali. Questo Bollettino rappresenta una sorta di specchio della società civile e della comunità scientifica. In un secolo, infatti, il pensiero scientifico e l’attività dei ricercatori ticinesi hanno subito una grande evoluzione. Il naturalista polivalente e “solitario” si è trasformato nello specialista, che collabora con ricercatori di discipline diverse, per affrontare problemi spesso molto complessi.

Il piacere di scoprire e descrivere

Gli strumenti di lavoro
Gli strumenti di lavoro dell’entomologo Pietro Fontana.

I ricercatori d'inizio secolo sono naturalisti nel senso più ampio del termine, uomini di scienza aperti a numerose discipline, ma anche zoologi attenti e competenti. I temi trattati nel Bollettino spaziano dalla segnalazione di nuove specie animali, allo studio della distribuzione sul territorio di interi gruppi animali, alle ricerche pionieristiche sulle esigenze ecologiche di specie particolari. Attraverso le pagine del Bollettino questi personaggi ci lasciano informazioni interessanti, non solo dal profilo naturalistico, ma anche personale. Scrivono spesso in modo colloquiale e personale di loro stessi e dei loro colleghi “L’amico mio sig. Pietro Fontana a Chiasso, nelle sue fortunate ricerche entomologiche...”. Da questi scritti traspare la grande passione che li anima, il piacere di descrivere e di comunicare tutto quanto scoprono in un territorio naturale ancora poco esplorato. Operano, infatti, in un periodo durante il quale ogni escursione rappresenta occasione di nuove scoperte scientifiche.

Il primo articolo riguardante la fauna appare a un anno dalla nascita del Bollettino, nel 1904, è firmato da Angelo Ghidini, eccellente naturalista autodidatta e impagliatore di animali (il Museo cantonale di storia naturale a Lugano conserva numerosi suoi esemplari). Dalle pagine del Bollettino egli svolge un importante ruolo di divulgatore scientifico, è infatti autore di oltre la metà della trentina di articoli di zoologia apparsi tra il 1903 e il 1915. La morte prematura di Ghidini lascia un vuoto, che solo nel 1923-26 è colmato da sei articoli firmati dall’entomologo Pietro Fontana. Autodidatta, impiegato postale a tempo pieno, Fontana dedica tutto il tempo libero alle sue ricerche “rubando il minuto all’ora”, come lui stesso dice. La sua collezione di insetti, circa 30’000 coleotteri, è tuttora conservata al Museo di storia naturale a Lugano.

Per la prima volta arricchisce gli elenchi di specie di annotazioni personali sul comportamento o sull’ambiente occupato dalle singole specie. Per esempio descrivere il comportamento di una coccinella (Subcoccinella 24-punctata) annota: “Si tratta del solo genere vegetariano, tutte le altre coccinelle sono utilissime, divorando in gran numero i pidocchi delle piante...”; oppure riferendosi a Thanathophilus thoracica: “… un esemplare, 21-7-1095, Generoso, succhiava gli ultimi avanzi di una pelle di rospo ...”; oppure di Liodes cinnamomea: “... Divora i tartufi. Ricevuti poi replicatamente da un signore di Chiasso da me pregato di portarmi i tartufi bucherrellati e che contenevano questi insetti...”. Sebbene in quel periodo non si usi descrivere i metodi di indagine, Fontana è molto scrupoloso nel fornire dettagli importanti delle sue raccolte.

Conoscere per proteggere: il confronto con la complessità

In un secolo di ricerca faunistica anche gli strumenti istituzionali a disposizione dei ricercatori hanno subito grossi cambiamenti. Nell’ultimo decennio del Novecento si consolidano gli strumenti giuridici nell’ambito della protezione della natura. Viene istituito l’Ufficio cantonale per la protezione della natura e nascono uffici privati di consulenza ambientale in cui operano biologi professionisti. La necessità di proteggere incrementa lo sforzo per migliorare la conoscenza del territorio. Questa evoluzione si riflette anche sul Bollettino con l’apparizione di articoli a carattere eco-faunistico. Non è quindi un caso se più di un quarto dei contributi inerenti la fauna apparsi in 100 anni è stato pubblicato negli ultimi 10 anni e se la maggior parte si riallaccia a temi legati alla protezione della natura. Tra questi lavori citiamo due importanti opere: Studio naturalistico del fondovalle valmaggese (1993) e Prati magri tra passato e futuro (1995). Si tratta di ricerche interdisciplinari tra zoologia, botanica, agricoltura, climatologia, ecc. Sono indagini che cercano di fornire un quadro e una valutazione complessivi, piuttosto che settoriali e slegati, come era stato finora. Appare perciò logico che questi lavori siano realizzati a più mani, nel segno della collaborazione tra specialisti di discipline diverse. Nell’ultimo decennio gli articoli firmati da due o più autori sono addirittura più della metà, mentre prima del 1980 si aveva solitamente un unico autore.

Nuove esigenze: l’applicazione delle conoscenze

L’interesse sempre maggiore per gli aspetti naturalistici del territorio, la necessità di definire il valore ecologico degli ambienti, affiancati dalle maggiori occasioni di studio, portano l’attenzione dei professionisti anche su gruppi di animali finora poco considerati. Viene così favorito lo studio degli invertebrati, ai quali ora si riconosce un importante ruolo di bioindicatori al pari della vegetazione.

Anche i sistemi di ricerca evolvono rapidamente. Cresce l’impegno nella descrizione e standardizzazione del metodo d’indagine, per garantire una lettura più trasparente dei risultati e poter ripetere le stesse indagini in futuro. Aspetto quest’ultimo di particolare importanza per la realizzazione di controlli sull’efficacia delle misure di protezione introdotte. I censimenti di animali diventano più raffinati e “oggettivi” per ottenere materiale adatto all’analisi statistica eseguita al computer, strumento che permette ora di trattare una grande quantità di dati offrendo nuove possibilità di analisi. E così, dagli anni Ottanta, anche la struttura e il linguaggio degli articoli diventano più tecnici e impersonali. Nel 1982 vengono date per la prima volta le Direttive per gli autori, necessarie al pari della rilettura critica degli articoli per dare un taglio più scientifico al Bollettino.

I contributi faunistici propongono in modo sempre più costante consigli destinati alla pratica. Tra gli esempi più recenti citiamo l’articolo Inventario odonatologico delle zone umide planiziali del Cantone Ticino (Svizzera) e basi per un programma d’azione cantonale (2002). Questo lavoro permette di definire, per la prima volta in Ticino, le specie di libellule con priorità di protezione a livello regionale e di individuare ambienti e settori importanti per la conservazione di questi insetti. Oppure il significativo articolo Verifica degli interventi di gestione dei prati magri del Monte San Giorgio (2001), che fornisce indicazioni pratiche per migliorare la gestione delle aree interessate. Questo studio è stato realizzato integrando ben tre gruppi faunistici: ragni, farfalle e cavallette, accanto agli aspetti floristici.

Va infine segnalata la comparsa nelle pagine del Bollettino di nuove discipline, quali la genetica e la microbiologia, che propongono l’applicazione dei loro metodi di analisi e intervento anche nel campo della zoologia. Per esempio la genetica nello studio della classificazione animale, oppure la microbiologia nel controllo biologico di popolazioni di zanzare sul Piano di Magadino.

Il livello attuale delle conoscenze sulla fauna ticinese è stato però raggiunto anche grazie a ricerche pubblicate in altre riviste o opere scientifiche. Inoltre, lo studio della fauna che popola il nostro territorio non si esaurisce certo in 100 anni: molto resta ancora da scoprire e da chiarire per meglio proteggere e conservare la natura.

di Cecilia Antognoli
 

Ottobre

Licheni delle rocce: come misurare con il righello… l'età di un sasso!

Invasori di rocce

Le rocce, si sa, sono per definizione dure e impenetrabili.
Ma non per tutti.
Esistono infatti organismi che possono vincerle, anzi, per i quali questi habitat costituiscono un vero e proprio Dorado: tanto da essere soprannominati gli “invasori pionieri” delle rocce. Tra di essi vi sono alghe, cianobatteri e muschi, ma il gruppo più abbondante e diversificato di tali invasori è senza dubbio quello dei licheni, strane e affascinanti forme di vita a cavallo tra micologia e botanica.

Il fungo e l'alga: simbiosi o parassitismo?

Secondo una definizione accettata dall’Associazione Internazionale per la Lichenologia, un lichene è l'associazione di un fungo (il micobionte) con un'alga e/o un cianobatterio (il simbionte fotosintetico o fotobionte), associazione dalla quale ha origine un corpo vegetativo, il tallo, con una sua struttura specifica.

Cladonia fimbriata
Cladonia fimbriata

La doppia natura dei licheni è stata scoperta dal medico e micologo H.A. De Bary nel 1866. In seguito, per molto tempo, i licheni sono stati considerati come l’esempio per eccellenza di una relazione armoniosa, di una cosiddetta simbiosi mutualistica1. In realtà il tipo di relazione tra i partner è ancora assai dibattuto. Si è infatti scoperto che sono ben pochi i licheni nei quali l’alga o il cianobattere non vengano a poco a poco invasi e distrutti dal fungo. Le cellule del fotobionte si ritrovano così a doversi riprodurre più velocemente di quanto non vengano distrutte: in caso contrario il lichene “si mangerebbe vivo da solo”. La simbiosi lichenica sembrerebbe più che altro quindi una forma di parassitismo da parte del fungo, un processo peraltro tenuto sotto controllo dal fotobionte. La dipendenza del fungo è confermata anche dai risultati di ricerche mirate: infatti, pur se alcuni “funghi lichenici” possono essere coltivati e sopravvivere in vitro senza il fotobionte, in natura ciò non è assolutamente possibile senza il concorso del partner. Per contro, tutte le “alghe licheniche” sono in grado di vivere anche senza il micobionte.

Produttori… di suolo

Grazie ai propaguli estremamente piccoli che sviluppano, i licheni sono in grado di stabilizzarsi e crescere anche sulle superfici più lisce. Grazie alla loro stupefacente capacità di sopportare lunghi periodi di siccità, di assorbire i pochi minerali di cui abbisognano direttamente dall’umidità dell’aria - attraverso tutta la superficie del tallo - e di produrre zuccheri attraverso i fotobionti, null'altro serve loro per vivere. Privilegiate sono soprattutto le specie che ospitano nel loro tallo, accanto alle alghe verdi - o al loro posto - particolari cianobatteri in grado di fissare l’azoto atmosferico. Le superfici rocciose da poco esposte - per esempio le aree abbandonate dai ghiacciai o le crepe causate da un terremoto - sono infatti substrati poveri in azoto (componente essenziale delle proteine) ed è quindi evidente che essere autosufficienti per questa sostanza rappresenti un notevole vantaggio.

Alcune sostanze licheniche si combinano con i minerali delle rocce, creando complessi metallici che rendono il substrato leggermente più solubile e accelerando in tal modo il processo di dilavamento causato da gelo e disgelo, riscaldamento e alterazioni chimiche naturali. Nelle rocce calcaree, grazie all’acido carbonico liberato dal naturale metabolismo dei licheni, le ife fungine possono penetrare fino a 16 mm di profondità. La capacità dei licheni di crescere tra i cristalli dei minerali, disgregandone le particelle mediante la dilatazione e la contrazione delle ife (dovuta all'alternarsi di umidità e siccità), gioca dunque un ruolo centrale nella formazione del suolo. Tanto più che, quando i licheni muoiono, il loro materiale organico decomposto si aggiunge e si mescola alla frazione minerale.

Misurare il tempo… con il righello

Da tempo è nota l'importanza dei licheni epifiti (quelli che si insediano sulle cortecce degli alberi) quali indicatori biologici della qualità dell'aria. Due articoli in merito sono apparsi anche sul Bollettino della STSN (1985, vol. 73: 81-88; 1996, vol. 84: 25-40). Assai meno noto è invece il fatto che anche taluni licheni sassicoli possono fungere da indicatori. Ma non dell'inquinamento, bensì… del trascorrere del tempo. Proprio così: numerosi licheni sassicoli sono… degli orologi!

Abbiamo visto che questi organismi costituiscono i primi colonizzatori delle superfici di recente esposizione. E che su queste superfici crescono. Lentamente, ma crescono.
La loro velocità di crescita è influenzata dal tipo di roccia, dalle condizioni microclimatiche e microambientali (le zone ombrose e riparate sono per esempio assai favorevoli), e dall'età: nei primi 25 anni l'accrescimento è infatti molto rapido, esponenziale; si entra però poi in una fase di crescita uniforme, lineare, che può proseguire per secoli. Ed è proprio questa crescita regolare ad aver portato il botanico austriaco Roland Beschel a intuire, nel 1950, la possibilità di determinare l'età di un lichene sulla base del diametro del suo tallo. E con questa il tempo di esposizione della roccia che lo ospita. È nata così la lichenometria.

Rhizocarpon geographicum
Rhizocarpon geographicum

Le specie che si prestano a questo scopo sono ovviamente quelle a crescita lenta e radiale del tallo. Ne è un ottimo esempio il cosiddetto Lichene geografico (Rhizocarpon geographicum), specie molto diffusa, tipica delle rocce silicee esposte della zona alpina, caratterizzato da un tallo giallo verdastro macchiato di chiazze nerastre che ricorda appunto una carta geografica. Il suo tasso di crescita varia tra gli 0.12 e gli 0.14 mm l’anno, a dipendenza del microclima, e su superfici stabili può vivere centinaia, addirittura migliaia di anni.

Misurazione del diametro
Misurazione del diametro di Rhizocarpon geographicum
(disegno Flavio Del Fante)

È opportuno precisare che i fattori di cui tener conto durante un'indagine lichenometrica sono numerosi. Per mitigare gli effetti del microclima vanno per esempio considerati solo gli individui cresciuti in condizioni ambientali simili. Tra i talli presenti sul substrato indagato è importante soprattutto quello di dimensioni maggiori: il capostipite, l’"individuo"2 più vecchio, ritenuto contemporaneo al periodo nel quale il substrato è divenuto stabile (i talli di dimensioni minori rappresentano invece gli individui più giovani, colonizzatori tardivi o a crescita più lenta). Le misurazioni dei diametri dei talli - ecco finalmente il ruolo del… righello - devono inoltre essere effettuate su ampie superfici e su numerosi campioni. Così facendo, si arriva a determinare la curva di crescita di una particolare specie in una particolare zona. E, inserendo nella curva ottenuta il diametro dei licheni più grandi, diviene possibile stabilire con notevole precisione l'età di una morena, di un affioramento roccioso o di un monumento di età ignota.

Dall'archeologia alla paleosismologia, dal Canadà fino in Antartide

La lichenometria non è un metodo di datazione preciso quanto la dendrocronologia (il conteggio degli anelli di accrescimento degli alberi). È tuttavia più preciso del metodo basato sul decadimento del carbonio radioattivo 14C, in particolare per gli eventi occorsi meno di 500 anni or sono: in tali casi il suo margine di errore si situa infatti attorno ai +/- 10 anni, rispetto ai circa 70 del metodo 14C. È inoltre un metodo di misurazione diretto, legato a uno specifico evento: l'apparizione alla superficie del substrato.

Non stupisce quindi che negli ultimi anni la lichenometria si stia affermando come metodo di datazione affidabile in discipline diverse quali l’archeologia, la geomorfologia e la paleosismologia. Negli Stati Uniti, in Canadà, in Russia, in Antartide e nella Nuova Zelanda ne viene già fatto ampio uso.
 

Note

1 Sulla definizione di simbiosi e dei diversi tipi di relazione hanno già riportato Petrini et al. nel Bollettino della STSN 1991, vol. 79: 85-96

2 Nei licheni in realtà non si può parlare di individualità: foto- e micobionte sono partner geneticamente e sistematicamente molto diversi che agiscono internamente insieme e interagiscono con l’esterno. Sono un ecosistema in miniatura.

Neria Römer
 

Novembre

Alla scoperta delle grotte del Ticino
Un affascinante mondo nascosto

La nascita della speleologia in Ticino

La prima descrizione a carattere divulgativo-scientifico di alcune delle numerose grotte ticinesi risale con tutta probabilità alla pubblicazione, nel 1859, delle Escursioni nel Canton Ticino di Luigi Lavizzari. L’interesse dei ricercatori ticinesi per la speleologia rimase però scarso, sicuramente anche per la difficoltà di accesso alle cavità. Nel primo mezzo secolo del Bollettino della Società ticinese di Scienze naturali si può trovare un solo contributo speleologico, Note speleologiche – Dieci caverne del bacino del Ceresio, redatto da A. Ghidini nel 1906.

La situazione cambiò radicalmente alla fine degli anni ’50. Infatti, Guido Cotti e Dario Ferrini, sotto l’egida della Società Speleologica Svizzera, pubblicarono sul Bollettino il primo di una nutrita serie di contributi speleologici, con l’invito agli appassionati di questa disciplina a praticarla non solo sportivamente, ma anche con rigore scientifico.

La storia recente della speleologia ticinese

Nel 1980 naque la Sezione Ticino della Società Svizzera di Speleologia (SSSTi), nella quale confluirono il Gruppo Speleo Ticino e altri appassionati della speleologia. La costituzione di questa sezione rappresentò una svolta decisiva per la ricerca ipogea in Ticino, come testimonia la ricca sequenza di contributi regolarmente apparsi sui Bollettini della Società di scienze naturali.

Notevole impulso fu dato in particolare alla scoperta di nuove cavità, alcune delle quali ricche di elementi di notevole importanza storica e scientifica, come per esempio l’orso delle caverne e il giacimento di ossa di pipistrelli in due grotte sul Monte Generoso e alcune parti di una zecca clandestina nella Grotta dei Giganti.

Alcuni studi hanno invece messo in risalto un approccio innovativo in campo speleologico. Il monitoraggio dell’inquinamento in grotta può per esempio rappresentare un riferimeno utilissimo per la scoperta delle entrate, rispettivamente delle uscite.

Con il perfezionamento delle tecniche subacquee, anche in Ticino alcune cavità sommerse hanno potuto essere esplorate e topografate. Tra le imprese più impegnative, si può ricordare l’esplorazione della Sorgente Bossi di Arogno, eseguita da Luigi Casati nel 1993. In questa occasione lo speleologo effettuò una prima mondiale per quanto riguarda le immersioni in profondità con superamento di un sifone, avendo dovuto percorrere un sifone lungo 400 metri e profondo 90 per raggiungere la struttura più interna della grotta.

Fuori della regione del Monte Generoso, spedizioni effettuate in altri massicci con rocce carsiche, come per esempio la zona del Basodino, hanno portato al rilievo di due delle più lunghe grotte del Ticino: l’Acqua del Pavone e il Böcc al Pilat. Queste cavità straordinarie si aprono in un ambiente geologico particolare, costituito da marmi ricchi di miche e paragneis.

Il Laboratorio di ricerca sotterraneo

Nel 1995, alcuni membri della Società Ticinese di Speleologia, Nicola Oppizzi, Francesco Bianchi-Demicheli e Roberto Della Toffola, costituirono il Laboratorio di Ricerca Sotterranea del Monte Generoso (LRSMG). Questa data segnò l’inizio in Ticino dell’utilizzo di strumentazioni elettroniche raffinate e molto precise per la misurazione automatica, sistematica e prolungata nel tempo di vari parametri ambientali, quali temperature, umidità, flussi d’aria, livello dell’acqua, ecc.

Inoltre, grazie a strumenti quale il laser per il rilievo delle distanze e il teodolite per le misurazioni esterne, nonché del GPS per il reperimento delle coordinate delle entrate, i rilievi delle grotte possono oggigiorno venir eseguiti con estrema precisione. L’utilizzo del computer per l’analisi dei dati, la rappresentazione grafica tridimensionale e la stesura delle carte aprono prospettive impensabili solo qualche anno orsono per l’interpretazione delle cavità e la comprensione della struttura dei reticoli carsici rispetto alle strutture geologiche conosciute e visibili all’esterno.

Speleologia 2
Passaggio molto stretto in un cunicolo secondario.

Il soccorso in grotta

Un aspetto molto importante nella storia della speleologia ticinese è stato la nascita del soccorso speleologico. All’inizio questo servizio era costituito da un piccolo gruppo poco organizzato, anche se molto motivato. Dal 1990 invece, grazie all’intraprendenza di Silvio Baumgartner, lo speleo soccorso dispone di una struttura efficiente, completa di tutto il materiale necessario e con il sostegno della Rega.

L’evoluzione delle scoperte

Nel 2002, l’inventario delle grotte ticinesi annovera ben 180 cavità. Le grotte conosciute da più tempo sono quelle con le entrate più appariscenti e spesso legate ad avvenimenti storici o a leggende. L’aumento del numero delle nuove cavità scoperte assume un andamento esponenziale negli ultimi due decenni, grazie all’utilizzo di nuovi strumenti, ma soprattutto grazie alla grande esperienza acquisita in anni di ricerca sul terreno e le molte ore dedicate allo studio del carsismo in Ticino da alcuni membri della SSSTi.

Gli speleologi ticinesi non si sono limitati all’esplorazione e alla ricerca delle grotte locali. Cavità molto importanti sono state scoperte anche al di là dei confini cantonali, sia in territorio italiano (Monte Generoso, Grotta Immacolata, Grotta Generosa, ecc.), sia nel Canton Vallese, mentre vi sono state attive collaborazioni nell’ambito di esplorazioni sull’isola di Cuba.

Speleologia 3
Rilievi in un cunicolo.

I molti aspetti delle grotte

La ricca trattazione di argomenti speleogici riportata nei Bollettini della Società ticinese di Scienze naturali evidenziano come la speleologia, contrariamente a quanto si potrebbe credere a un primo esame superficiale, non è una disciplina essenzialmente sportiva, bensì un’attività dai molti risvolti scientifici. Partendo dalla geologia (approccio indispensabile nello studio della genesi delle grotte), la speleologia interagisce con una moltitudine di altre discipline scientifiche quali la geografia, l’idrologia, la meteorologia, la biologia, la topografia, la paleontologia, la meteorologia ecc.

L’ambiente delle grotte è comunque delicato e ogni precauzione dovrebbe venir presa per non alterare i complessi equilibri e per non distruggere le tracce di vita passata o presente nelle cavità.

Grazie all’impegno della SSSTi e dei suoi membri, si può senz’altro affermare che la speleologia in Ticino abbia raggiunto un buon grado di completezza, sia a livello sportivo, sia dal punto di vista scientifico. Le esplorazioni in corso lasciano supporre che il potenziale di nuove grotte in Ticino sia tutt’altro che esaurito, anche nelle aree storicamente più conosciute. In particolare il massiccio del Generoso cela sicuramente un reticolo di cavità ancora molto vasto.
 

di Roberto della Toffola e Nicola Oppizzi, Società speleologica ticinese